mercoledì 16 febbraio 2011

E la lotta di classe si sposta tra i banchi

(di Marco Lodoli, da qui, 09 febbraio 2011)

Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.

Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti. "A me professò 'sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia... ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non je la famo, noi non contiamo niente?". Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla, guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia, verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.

Guardo la classe: Michela ha confessato che non può fare i disegni di moda perché a casa non ha un tavolo, nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una casa che è letteralmente un buco. Roberta invece mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al migliore amico del suo fidanzato, "era uno che se faceva grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n'animale cattivo, nun se lo meritava de morì così a ventidue anni". Samantha invece trema perché stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i soldi per pagare l'affitto non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.

La miseria produce paura, aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto l'anno, "perché i tagli si fanno sentire anche sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo". In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti, droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto s'ammucchia orrendamente, tutto si mette di traverso e oscura il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l'iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.

"E non ci venissero a parlà di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s'è capito come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po' di marocchini a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà come n'azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso. Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar camposanto, dentro una vita di merda". Forse ha ragione questa ragazza, suo padre ha "un brutto male", come direbbe il buongusto - "un cancro che lo spacca, professò", dice lei - forse è vero che non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio: l'oro passa e le pietre vengono buttate via.

I ricchi hanno capito al volo l'aria che tira, aria da Titanic, e hanno subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole straniere, master, stage, investimenti totali nello studio. L'élite non ha più tempo né voglia di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi: ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato sulle scuole di lusso. E così la scuola non è più il luogo del confronto, della convergenza, dell'appianamento delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore, a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra, o comunque si prepara a "meritarselo". Chi non ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l'affronto dei discorsi sull'eccellenza. Ormai il nostro paese è tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si butta un osso e un'emozione della De Filippi, li si lascia nell'abbrutimento e nell'ignoranza, mentre ai ricchi si aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui, da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d'acqua morta.

mercoledì 9 febbraio 2011

Riccò, autoemotrasfusione: ora rischia la radiazione

MODENA - Un autentico suicidio. Avrebbe rischiato la vita per una sacca di sangue mal conservato. Se davvero le rivelazioni che giungono da Modena sono fondate, la vicenda di Riccardo Riccò e del malore (blocco renale ed edema polmonare secondo quando ammesso dallo stesso padre del corridore) che lo ha costretto al ricovero di urgenza nell'ospedale di Baggiovara (Modena) rischia di diventare un autentico suicidio. Non solo per le possibili e dannosissime complicanze del malore stesso, ma sopratutto per le conseguenze sportive. Il pm di Modena Pasquale Mazzei, infatti, avrebbe aperto sulla vicenda un procedimento penale per presunta violazione della legge 376/2000, la legge antidoping. Agli atti dell'indagine ci sarebbe il referto del medico che curò per primo il corridore all'ospedale di Pavullo, prima del trasferimento a Baggiovara. Un referto in cui si parla di autoemotrasfusione. Lo stesso corridore, giunto in stato di choc grave, avrebbe ammesso alla presenza del medico e della compagna Vania Rossi di essersi praticato da solo una trasfusione con una sacca di sangue precedentemente prelevato e conservato nel frigorifero. Una sacca probabilmente conservata troppo a lungo e forse deteriorata. Si è attivato anche l'ufficio della procura antidoping del Coni, che ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Riccò.

Se l'indagine penale dovesse confermare tutto per Riccardo Riccò le porte del ciclismo e dello sport in generale si chiuderebbero definitivamente. Il corridore sarà sentito appena le sue condizioni fisiche lo permetteranno. E l'indagine sarà approfondita anche dal punto di vista ematico. Ma nel caso di conferma di doping sanguigno (tale è considerata l'autoemotrasfusione) incapperrebbe nei rigori della legge (da 3 mesi a 3 anni). E sul piano sportivo scatterebbe in caso di doping acclarato la squalifica a vita. Infatti lo scalatore emiliano sarebbe alla seconda grave infrazione, dopo la positività al Cera (l'epo di ultima generazione) al Tour del 2008, costatagli 20 mesi di stop. E' presto per trarre conclusioni o considerazioni. Ma se le ipotesi dovessero trovare riscontri concreti ci troveremo di fronte al paradigma del vecchio adagio del lupo che cambia il pelo ma non il vizio. Riccò era uscito indenne dalla bufera che aveva coinvolto la sua compagna (positiva ai campionati italiani di ciclocross del 2010 e poi scagionata) e il fratello di lei, Enrico, ventottenne corridore della Flaminia Bossini, formazione di categoria Professional Continental, per il quale sono scattate le manette assieme ad altri personaggi che figurano nell'indagine dei Carabinieri di Perugia coordinati dal pm Sergio Sottani. Una storia oscura di criptici messaggi sms sul telefonino e di un cicloamatore-pusher al centro di una vera e propria organizzazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze dopanti. E dare credito alla sua nuova immagine il fatto che recentemente il corridore era entrato nel novero di quelli seguiti dal centro Mapei diretto dal compianto Aldo Sassi, recentemente scomparso per un brutto male. Una scommessa perduta se le ipotesi che aleggiano sulla vicenda dovessero trovare conferma. Al Coni la Procura antidoping ha già rizzato le orecchie e si segue con attenzione ogni sviluppo della situazione.

Intanto è stato diramato un bollettino medico diramato dal Nuovo Ospedale Civile S. Agostino Estense di Modena, dove il corridore della Vacansoleil è ricoverato" Le condizioni generali di Riccardo Riccò sono in via di miglioramento. Ha trascorso una notte tranquilla ed è vigile. La prognosi, sia pure in via prudenziale, rimane riservata".

DI ROCCO: "RICCO' LASCI LO SPORT" - Dura la reazione del presidente della Federazione ciclistica italiana, Renato Di Rocco: "Non ci sono mezzi termini. Per il suo bene, per la sua famiglia, per il bene del ciclismo Riccardo Riccò deve lasciare lo sport agonistico, deve uscire dal tunnel perverso in cui si è infilato, deve ritrovare sè stesso, come persona, prima di tutto, come uomo. Ha fatto quello che ha fatto nonostante la condanna, rischiando anche la vita e questo fa venire i brividi - il commento di Di Rocco in una nota -. L'amarezza è tanta, ma il caso è così particolare e terribile da indurci a riflettere su una crisi di valori che sarebbe riduttivo limitare al ciclismo o allo sport in genere".

Di Rocco non dà giustificazioni 'esterne' allaccaduto: "Qui non si tratta di consiglieri sbagliati, di apprendisti stregoni, della piovra occulta che stiamo tentando di combattere e sradicare. Siamo di fronte a un ragazzo malato dentro, intossicato da falsi messaggi che gli hanno fatto perdere il senso della realtà, di ciò per cui vale pena impegnarsi, faticare e vivere. Il danno di immagine è enorme e la Federazione farà tutti i passi per tutelarsi. Ma il disastro morale è spaventoso".

(08 febbraio 2011)

martedì 25 gennaio 2011

Omicidio Ale, 26 anni a Rasero - inchiesta riaperta su Katerina

(da qui, 24 gennaio 2011)

La Corte d'Assise ha emesso il verdetto dopo otto ore di camera di consiglio. Il broker Giovanni Antonio Rasero, 29 anni, è stato ritenuto colpevole dell'omicidio di Alessandro Mathas, il figlio della compagna Katerina, massacrato a otto mesi la notte del 15 marzo scorso in un monolocale a Nervi durante un coca party. "E' ingiusto. Io non ho ucciso quel bambino".

La corte ha inviato gli atti alla Procura perché ritiene la compagna del broker, presente quella sera nel monolocale, responsabile in concorso della morte del figlio. Alla lettura del verdetto, la madre di Giovanni Antonio Rasero è svenuta. Poi si è ripresa e ha puntato l'indice contro la compagna del figlio: "Ha fatto tutto lei, è lei l'unica colpevole. Mercoledì andrò a trovare mio figlio in carcere", ha detto Pierina Cossu. "L'unica cosa che gli dirò è che sono disperata".

I giudici della corte d'Assise (presidente Massimo Cusatti, a latere Clara Guerello, e sei giudici popolari) hanno pronunciato la sentenza intorno alle 19, dopo una lunga camera di consiglio iniziata poco dopo le 11.

Rasero ha sempre negato di aver ucciso il bambino. I suoi avvocati, Romano Raimondo e Andrea Vernazza, hanno sostenuto che si è trattato di un processo indiziario in cui mancava la prova della colpevolezza dell'imputato.

Il pubblico ministero Marco Airoldi si è detto invece convinto che sia stato senza dubbio Rasero ad uccidere il bimbo. Per questo aveva chiesto che il broker fosse condannato all'ergastolo.

Secondo Airoldi il bimbo fu ucciso nell'ora e mezza di quella tragica notte in cui Katerina Mathas si allontanò dal monolocale per comprare altra droga lasciando il figlio al compagno. L'uomo, in preda ad una crisi indotta dall'astinenza da cocaina, avrebbe aggredito il bambino infastidito dal suo pianto. Accortosi di averlo ucciso, lo avrebbe seviziato, procurandogli delle bruciature di sigaretta e mordendogli un piede. Poi andò a dormire.

Rientrata, la madre si sarebbe occupata solo di sniffare cocaina senza controllare il figlio sdraiato sul divano laddove l'aveva lasciato novanta minuti prima. Solo la mattina successiva, al risveglio, si accorse della morte del figlio e pretese di andare all'ospedale dove fu dichiarato il decesso, avvenuto ore prima, nel cuore della notte. Ricostruzione che però non ha convinto i giudici della Corte d'Assisse che, rinviando gli atti alla Procura, hanno di fatto riaperto l'inchiesta sulla madre del piccolo, finora ritenuta responsabile solo di abbandono di minore.

venerdì 21 gennaio 2011

Suicida la madre di Isabelle l'anoressica: "Non ha retto al rimorso"

(da qui)

Non ha retto al dolore e, come ha detto il marito, all'"enorme rimorso". E ha scelto di togliersi la vita. Si è suicidata Marie Caro, la madre di Isabelle Caro, la modella francese anoressica morta a 28 anni lo scorso 17 novembre. Si sentiva in colpa, ha spiegato Christian Caro, "per averla fatta ricoverare, perché Isabelle non voleva andare in quell'ospedale".

La donna, come ha spiegato l'uomo in un'intervista al quotidiano svizzero 20 Minuten, "si è tolta la vita la settimana scorsa, non riusciva a farsi una ragione della morte di Isabelle, si addossava colpe terribili, in particolare perché aveva consentito che la figlia venisse ricoverata. Insieme avevamo progettato una cappella per lei, adesso diventerà la tomba per mia moglie e mia figlia".

La ragazza era stata ricoverata a novembre presso l'ospedale Bichat, a nord di Parigi, per una grave disidratazione. Soffriva di anoressia dall'età di 13 anni. Subito dopo la sua morte, Christian Caro aveva diffuso un comunicato con il quale accusava di "negligenza" il personale medico dell'ospedale. "Ci avevano detto che le avrebbero fatto delle analisi, ma che c'era bisogno di sedarla. Chiunque, nelle condizioni di Isabelle, non avrebbe dovuto essere sedato, ogni medico dovrebbe saperlo". L'uomo aveva quindi sporto denuncia per omicidio doloso presso la Procura di Parigi.

La storia di Isabelle Caro aveva fatto il giro del mondo. Fin da quando la giovane, che soffriva di anoressia, aveva posato nuda nello spot di una campagna di sensibilizzazione sui disturbi alimentari realizzata da Oliviero Toscani nel 2007. Isabelle, alta un metro e sessantacinque, pesava solo 31 chili. La foto aveva destato sensazione e polemiche e il giurì per la pubblicità aveva bloccato il suo utilizzo nella campagna. La ragazza nel 2008 aveva scritto un'autobiografia, The little girl who didn' wanto to get fat, pubblicato in Italia con il titolo La ragazza che non voleva crescere, in cui raccontava di rapporti familiari complessi, con un padre assente e una madre iperprotettiva che la costringeva a rimanere chiusa nella sua stanza, coprendola di giocattoli ed attenzioni, quasi per paura che crescesse.

(20 gennaio 2011)

Davigo 2004

mercoledì 19 gennaio 2011

Trashabile 2011, prima puntata

Era una splendida mattinata di sole, in Arkansananas, o come diavolo si chiama l’Arizona. A Tucson, città di frontiera col Messico, strappata col sangue ai messicani nel 1853, sei morti, tredici feriti tra cui Gabrielle Giffords, deputata democratica, e Tex Willer. Ah no, sto mescolando le cose. E sì, Tex Willer è scontato almeno quanto una battuta sulla statura di Berlusconi, ma se la gente ride ai film di Checco Zalone tanto vale provarci.

Gabrielle Giffords è la cugina di Gwyneth Paltrow, peraltrow. Gwyneth Peraltrow. Sì, io e Jonathan Grass (anche oggi nel ruolo della mia spalla comica) stiamo pensando di continuare finché quel film farà il tutto esaurito. Sempre meglio dei cinepanettoni, certo, ma almeno quelli non me li spacciavano come il meglio che la comicità italiana ha da offrire.

Potete leggere il resto su Bile, il sito internet che prosegue l'opera satirica della rivista ScaricaBile!

lunedì 17 gennaio 2011

Si suicida ex carabiniere: aveva ucciso la suocera e il compagno della ex

(da http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/12/news/carabiniere_trovato_morto-11123861/index.html)

QUARTU SANT'ELENA - Patrizio Lai, l'ex carabiniere di 49 anni che ieri aveva ucciso 1 a colpi di fucile la suocera Liliana Sainas, 53 anni, e il compagno della ex moglie, Manuel Angioni, 28 anni, si è tolto la vita. L'ex militare è stato trovato agonizzante in auto stamani dagli agenti della squadra volanti della questura di Cagliari, arrivati vicino al lago Simbirizzi, a pochi chilometri dal centro abitato quartese, dove è stata rintracciata la Mercedes, a bordo della quale l'uomo era fuggito subito dopo il duplice omicidio.
L'uomo è morto durante il trasporto verso l'ospedale Brotzu di Cagliari. La salma è stata, quindi, trasferita al cimitero di Quartu.

Lai si è sparato con la stessa arma con la quale ha compiuto i due omicidi e ha ferito la ex moglie. L'auto del fuggitivo è stata avvistata da un elicottero della polizia e sul posto sono subito giunte le pattuglie impegnate nelle ricerche.

Ora gli investigatori sono impegnati nella ricerca di una somma di denaro che Patrizio Lai aveva ritirato in banca poco prima di mettere a segno la vendetta nei confronti della ex moglie, che lo aveva abbandonato otto mesi fa per andare a convivere con Manuel Angioni.

Come talvolte mi capita, mi inserisco a fine notizia per un interessante commento. La pagina facebook di Patrizio Lai è rimasta aperta da giorni, permettendo al voyeurismo grottesco del popolo di insultare la memoria di un po' tutte le persone coinvolte sparando cazzate a oltranza sul suo "muro". Non ho avuto l'accortezza di raccogliere un po' di immagini dal sito prima che qualche operatore di facebook sano di mente, o qualche familiare, lo ha fatto chiudere.
 
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