domenica 31 ottobre 2010

Quindici anni di emergenza campana

Per saperne di più sulla "emergenza campana" o "emergenza dei rifiuti" e vedere nero su bianco come le mani della Protezione Civile siano state assunte dal governo in violazione di qualsiasi possibile trasparenza, vi invito a leggere qui, questo articolo scritto a quattro mani col buon Arcureo (ispirato da un bel post di blogeko).

giovedì 28 ottobre 2010

Lea Garofalo sciolta nei sedili della nuova Metro

(ne abbiamo già parlato qui)

(di Giulio Cavalli, da qui)

Nella classifica dei morti ammazzati da ricordare e da raccontare Lea Garofalo scivola veloce verso le posizioni di coda. L’omicidio della testimone di giustizia (conclusosi con il cadavere sciolto nell’acido il 25 novembre scorso nel quartiere monzese di San Fruttuoso) ha tutti i crismi per accendere compiti minuti di silenzio e piazze a lutto ma ha un solo, insuperabile, neo: è avvenuto qui giù al Nord, dove i morti ammazzati sono un livello d’allarme che è sempre meglio scavalcare perché altrimenti si sporca il grembiulino di questa Lombardia scolaretta disciplinata dell’antimafia per educande.

Eppure sono stati in molti a pensare (per l’ennesima volta) che quel cadavere di donna sbriciolato dentro l’acido sia capitato per caso nelle civilissime e padanissime periferie brianzole per un’orda di sudisti che a Milano è venuta con un tocca e fuggi prima di ritornare nel peloso sud. Sembra che sia sfuggito a molti che l’omicidio di Lea Garofalo è fallito a Campobasso ed è stato possibile con un furgone acceso nel centro di Milano. Come se Milano rispondesse meglio alle condizioni ambientali (e indifferenti) per consumare in pieno centro sequestri di persona di testimoni di giustizia. Questa è la prima brutta la notizia.

La seconda è stata scritta da Roberto Galullo qualche giorno fa ed è uno schiaffo ancora peggiore: i carnefici di Lea Garofalo sono milanesi più dei milanesi, inseriti nel tessuto sociale, economico e imprenditoriale fino a mettere le mani (callose e sporche di sangue) negli appalti pubblici.

11 dicembre 2009, ore 18.39. Il cellulare di “Uorco” chiama un uomo straniero avvisando che si trovava “di sopra, dove esce il cemento”. “Uorco” è il nome in codice di Vito Cosco detto Sergio che telefona passeggiando sul cemento del cantiere della linea 5 della metropolitana milanese. Per la precisione cantiere di Viale Zara. Vito Cosco è il fratello di Carlo. Carlo Cosco: mandante, secondo gli inquirenti, dell’omicidio di Lea Garofalo. Il pentito Salvatore Sorrentino il 30 aprile di quest’anno aveva dichiarato “Sergio e Giuseppe Cosco organizzavano anche il lavoro degli scavi della quinta linea della metropolitana milanese tramite i loro mezzi di movimentazione terra, probabilmente in ambito di subappalto”. Gli stessi Cosco che gestiscono (a Milano) gli affitti abusivi dell case popolari in via Montello e in Corso Como. Tutto questo mentre i fratelli si permettono di non comparire in nessun registro delle imprese. Unica segnalazione: un’attività di commercio all’ingrosso di materiali di costruzione intestata a Carlo. Sede legale in via Montello 6. A Milano.

Un assassinio becero tutto lombardo, milanese di casa. E nemmeno un minuto di silenzio, un secondo di riflessione dalla città da bere. “E’ Cosa loro”. Dicono. Come Letizia Moratti ci insegna.

convegno sulla libertà di stampa con Feltri, Belpietro, Minzolini

giovedì 21 ottobre 2010

"Diamo soldi ai drogati se si fanno sterilizzare"

(di Andrea Malaguti, da qui)

Quando ha scoperto che Barbara Harris sarebbe arrivata in Inghilterra e in Galles con la sua associazione di beneficenza Project Prevention - curiosa definizione per una banda di crociati arrabbiati - John di Liverpool, 38 anni, tossicodipendente da quando ne aveva undici, è stato il primo a comunicarle di essere pronto a farsi sterilizzare.

Le ha mandato una mail dettagliata spiegando che credeva ciecamente nella sua battaglia e che per il suo modo di vedere le cose non c’era nessun dubbio che quelli come lui, i drogati, ma anche gli alcolisti, avrebbero fatto meglio a chiudere definitivamente con l’idea di avere figli. Se Project Prevention, come aveva già fatto con 3500 americani e americane, era pronta a versargli i trecento dollari promessi, lui, John di Liverpool, sgangherato combattente dell’esistenza, non ci avrebbe pensato un attimo a ricorrere all’operazione. A fine settembre si è sottoposto alla vasectomia. In futuro non ci sarebbe stato un altro lui. Un istante dopo si è scatenato l’inferno.

Associazioni mediche, gruppi per i diritti umani, centri contro l’eugenetica, ex tossicodipendenti diventati padri e madri, filosofi e teologi hanno arroventato il dibattito: «La Gran Bretagna si deve ribellare. Siamo più civili di così». Selina Janvier, quarantottenne madre di cinque figli, ex cocainomane, ex prostituta e ora stimata volontaria nelle associazioni di recupero di quartiere, ha definito la pratica orribile e inumana. «I miei ragazzi, tutti grandi e affermati, non sarebbero al mondo se avessi incontrato la Harris. Non avrei avuto la forza per dirle no». La British Medical Association si è domandata se davvero si possa considerare «consapevole e informato» il consenso di chi è schiavo di una sostanza. «La maggior parte delle dipendenze si ha attorno ai vent’anni. Che cosa succede se a trenta uno sta bene e cambia idea? Tra l’altro è ovvio che quei soldi saranno reinvestiti in alcol e droghe». Di chi è la responsabilità se uno crepa con quella dose in più?

La Harris, una donnona della Carolina del Nord con certezze ferree, ha risposto quello che risponde sempre dal 1994, anno in cui ha fondato Project Prevention. «Voi non conoscete il dolore e i problemi che sono costretti a subire i bambini nati da madri e padri tossicodipendenti. O se lo conoscete allora potete fare come me: adottateli». Lei ne ha presi quattro molti anni fa. E ha scoperto che non dormivano, che erano ribelli, aggressivi, indomabili, infelici. «Mi si è spezzato il cuore. E’ ovvio che la catena deve essere interrotta». Li hai amati o li hai odiati quei ragazzini, Barbara? L’unica cosa che sa è che in Gran Bretagna ogni anno nascono mille bambini con patologie legate alle dipendenze dei genitori e che un anonimo signore di Londra l’ha finanziata con ventimila dollari per esportare il progetto da questa parte dell’Oceano e che la crociata è solo all’inizio.

Davanti alle telecamere della Bbc ieri sera John di Liverpool ha detto di essere choccato. Che non credeva che solo lui avrebbe detto sì. Pensava che ci sarebbe stata la fila per prendere quei trecento dollari. «Non riesco a badare a me stesso, figuriamoci se potrei mai badare a un bambino». Adesso i dubbi gli saltano addosso. Il suo umore sprofonda sotto il peso di una scelta che lo spaventa. Con le mani in tasca e l’inquietudine negli occhi impreca come uno scaricatore di porto, sibilando una bestemmia dietro l’altra contro le pietre rotte del selciato.

mercoledì 20 ottobre 2010

Sei arresti per la donna che denunciò la ’ndrangheta: uccisa e sciolta nell'acido

MILANO - Uccisa dopo essere stata «interrogata», messa su un furgone con 50 chili di acido, scaricata in un terreno a Monza San Fruttuoso e sciolta. Sono le terribili testimonianze dell'inchiesta che ha portato a sei ordinanze di custodia cautelare in carcere notificate nella notte per la scomparsa della collaboratrice di giustizia calabrese Lea Garofalo. Gli arresti sono stati eseguiti tra Lombardia, Calabria e Molise.



ARRESTI - Lea Garofalo, 35 anni, ex collaboratrice di giustizia e compagna di un affiliato alla 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone), era sparita tra il 24 e il 25 novembre scorsi. Due mandati di arresto sono stati notificati in cella a Carlo Cosco - 40 anni, coinvolto in inchieste alla fine degli anni Novanta a Milano e cugino di Vito Cosco, autore della strage di Rozzano (Milano) che lasciò a terra quattro morti nell’agosto 2003 - ex convivente della donna dalla cui relazione è nata una figlia ora maggiorenne - e a Massimo Sabatino, 37 anni - spacciatore di Quarto Oggiaro. I due erano già stati arrestati a febbraio per un precedente tentativo di sequestro, avvenuto a Campobasso nel maggio dell'anno scorso, con lo scopo di uccidere la Garofalo per vendicarsi delle dichiarazioni da lei rese agli inquirenti a partire dal 2002 contro alcuni affiliati alle cosche della 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone). Il 24 febbraio scorso erano state arrestate in Molise altre due persone per aver messo a disposizione alcuni capannoni nel Milanese dove la donna sarebbe stata portata dopo la scomparsa. Gli altri quattro destinatari del provvedimento sono i fratelli Giuseppe «Smith» Cosco e Vito «Sergio» Cosco, Carmine Venturino e Rosarcio Curcio.

COLLABORATRICE - La donna nel 2002 aveva iniziato a collaborare con l'Antimafia nelle indagini sulla faida tra i Garofalo e il clan rivale dei Mirabelli. Poi, nel 2006, aveva abbandonato il piano di protezione e lasciato la località segreta dove viveva. Nelle sue dichiarazioni, Lea Garofalo aveva parlato anche degli omicidi di mafia avvenuti alla fine degli anni Novanta a Milano. Come quello di Antonio Comberiati, nel 1995, nel quale era stato coinvolto anche il fratello.

AGGUATO - Secondo l'indagine, Carlo Cosco ha organizzato l'agguato teso a Lea Garofalo mentre questa si trovava a Milano con la figlia. Proprio con il pretesto di mantenere i rapporti con la ragazza, legatissima alla madre, Cosco ha attirato la sua ex a Milano nello stabile di viale Montello 6, un palazzo che ospita molti parenti dei caduti della guerra di 'ndrangheta. Lo scorso 24 novembre Lea Garofalo partecipò a una riunione di famiglia per decidere dove la figlia avrebbe proseguito gli studi dopo le superiori. Le sue tracce si sono perse nel pomeriggio quando alcune telecamere l'hanno inquadrata nella zona del palazzo e lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. La figlia e il padre erano alla stazione Centrale ad attenderla insieme al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco aveva predisposto un piano contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla «con un colpo», sia il magazzino o il deposito dove interrogarla, e infine l'appezzamento dove è stata sciolta nell'acido. La distruzione del cadavere ha avuto lo scopo di «simulare la scomparsa volontaria» della collaboratrice e assicurare l'impunità degli autori materiali dell'esecuzione. Sabatino e Venturino hanno materialmente sequestrato la vittima e l’hanno consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali l’hanno interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola.

martedì 19 ottobre 2010

Maricica, Burtone va in carcere

(da qui)

Alessio Burtone è in carcere. Il gip ha firmato l'ordinanza che lo ha obbligato a lasciare gli arresti domiciliari per essere trasferito a Regina Coeli. Burtone, durante un litigio nella stazione della metropolitana "Anagnina", aveva sferrato un pugno a Maricica Hahaianu poi deceduta, venerdì scorso, presso il Policlinico Casilino, nella capitale. A provocare la morte della donna, come emerso dall'autopsia eseguita dal professor Paolo Arbarello, un profondo trauma cranico provocato dal colpo che la donna ha ricevuto sul volto e che l'ha fatta cadere pesantemente a terra.

I carabinieri, giunti presso l'abitazione del giovane per condurlo in carcere, sono stati accolti dai cori e dagli applausi degli amici di Burtone - circa duecento persone - che gridavano "Alessio libero, Alessio libero". Il ventenne è uscito con la testa e il volto coperti dal cappuccio di una felpa blu. La sorella è rientrata nell'androne del palazzo, in lacrime, abbracciata ad alcuni amici.

Le reazioni degli amici. Amarezza e rabbia tra gli amici del ragazzo, davanti allo stabile di via San Giovanni Bosco dal quale è stato prelevato dai carabinieri. "Roma non ha piú un sindaco - ripetono alcuni - da oggi Alemanno è il sindaco di Bucarest. Difende i romeni in qualsiasi occasione. Poi invece non parla di episodi come un ragazzo picchiato da due romeni e ricoverato in fin di vita al policlinico Casilino". C'è chi è molto preoccupato per le sorti di Alessio in carcere, "sicuramente verrà picchiato dagli altri detenuti soprattutto se romeni - dice Maui - è stato arrestato come un mafioso, sono venuti a prenderlo con otto automobili". Sul portone del palazzo di Alessio resta lo striscione con su scritto "Alessio libero", che gli amici hanno affisso nei giorni scorsi. "Lo abbiamo rifatto - spiega Andrea - perché la donna delle pulizie, romena, lo aveva staccato. Pensa che coincidenza".

L'attacco a Maricica. "La signora Maricica prendeva spesso l'autobus numero 511 e dava sempre fastidio ai passeggeri, creava sempre un pretesto per litigare, era un'attaccabrighe", dice un amico di Burtone parlando della vittima del pungo sferrato dal giovane. "Tempo fa si è fatta menare - aggiunge - per prendersi i soldi del risarcimento. Quindi non è Alessio il pregiudicato, non è vero".

Le frasi di Alessio. "Se tornassi indietro mi farei picchiare ma non alzerei più le mani in vita mia". Sono le parole ripetute in questi giorni da Burtone e riferite dal suo legale, Fabrizio Gallo. "E' affranto e dispiaciuto", ha raccontato l'avvocato prima della decisione del gip, facendo sapere che il giovane era "un po' più fiducioso" sulla sua situazione. Nel pomeriggio, dopo aver saputo della decisione del gip, Burtone ha anche aggiunto di essere "disperato per quella morte".



I funerali della donna. Quanto ai funerali della donna, il Comune di Roma si occuperà delle esequie e dell'allestimento di una camera ardente. Lo ha confermato ai microfoni di Radio Città Futura Ramona Badescu, consigliere del Comune per i rapporti con la comunità rumena. "E' stato il sindaco a proporlo tramite me al marito - ha spiegato l'attrice - c'è tanta gente che vuole salutarla, farle un omaggio, portarle dei fiori, e con Adrian (il marito della Hahaianu, ndr) abbiamo pensato di accontentarli, quando avremo il nulla osta dopo l'autopsia". Ramona Badescu invita a superare la questione della nazionalità della vittima: "Questo gesto, il fatto che il Comune si sia preso carico di tutte le spese del funerale, l'annuncio di Alemanno che si costituirà parte civile dimostrano il suo coraggio, la sua grandezza umana e fanno capire alla gente che il sindaco sta dalla parte di chi ha subìto un torto".

La polemica politica. Ma la polemica non si placa. "Una gazzarra indegna", la definisce Jean Leonard Touadì, deputato del Pd ed ex assessore alla Sicurezza del Comune di Roma, parlando del botta e risposta che ha visto contrapposti Alemanno, favorevole all'arresto di Burtone, e il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro, contrario. Sempre ai microfoni di Radio Città Futura, Touadì ha spiegato che "i fatti sono gravissimi, stiamo parlando di una donna di 32 anni, madre di due figli, che svolgeva un lavoro delicato, e di un ragazzo maggiorenne incolpato di omicidio preterintenzionale aggravato dalla futilità dei motivi. Di fronte a questo, secondo me il magistrato deve applicare una pena esemplare".

"A vent'anni si ha una responsabilità penale totale - ha spiegato l'esponente del Pd alla Camera - e in questo caso abbiamo assistito a un ragazzo che fa pugilato assestando un colpo di questa durezza in faccia a una donna". E poi gli amici che, stando a quanto si legge su Facebook, "non hanno ancora preso la giusta misura della gravità di ciò che è successo, gli striscioni allo stadio e al quartiere don Bosco che inneggiano alla sua libertà, per questo ci vuole una punizione esemplare". Touadì si è chiesto, quindi "cosa sarebbe successo a parti inverse" e ricorda la vicenda dello stupro della Caffarella: "Allora dei giovani rumeni andarono in carcere sulla base di indizi non provati, poi si scoprì che non c'entravano niente".

lunedì 18 ottobre 2010

Di Pietro scarica De Luca. “Non deve venire meno alla questione morale”

(di Vincenzo Iurillo, da qui)

Pentito? “Non è esatto dire pentito. Italia dei Valori aveva deciso di sostenere Vincenzo De Luca nella corsa a governatore della Campania perché De Luca aveva stretto un patto con noi fondato sulla questione morale e sull’antiberlusconismo. Invece il sindaco di Salerno non è stato un uomo d’onore, ha accettato la prescrizione nel processo per la discarica di Ostaglio, si è omologato ai pensieri e alle politiche di Berlusconi che infatti vuole affidargli l’appalto del termovalorizzatore salernitano. Spero che De Luca non si ricandidi a primo cittadino, ma se lo farà non avrà il nostro appoggio”. Parola di Antonio Di Pietro.

Il leader Idv che qualche mese fa, per aver dato il via libera a un politico plurimputato per le varianti urbanistiche salernitane, affrontò un fuoco amico di critiche e contestazioni – tra le quali spiccarono i durissimi editoriali di Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais – per aver violato uno dei principi fondativi del suo partito: il no alle candidature degli inquisiti. Ma Di Pietro difese con veemenza una scelta dettata dalla realpolitik: “Non potevo assumermi la responsabilità di consegnare la regione a Berlusconi”. Quella destra ha vinto lo stesso. E ora l’ex Pm di Mani Pulite si sfila da una vittoria a Salerno che invece pare abbastanza probabile. In nome di un principio al quale non vuole più derogare.

Di Pietro, è vero che Idv non si alleerà con De Luca alle amministrative di Salerno del 2011?
Io mi auguro che non si ricandidi. Sindaco avvisato mezzo salvato… Sì, comunque è vero.

Perché ci ha ripensato su De Luca?
Non è un ripensamento. È coerenza.

Spieghi.

Il Pd ci disse: o lo sostenete o vi prendete la colpa della rottura della coalizione e della sconfitta. E De Luca venne a febbraio al congresso Idv…

Che lo acclamò…
…a garantirci che si candidava in alternativa e come argine a Berlusconi e al berlusconismo. Io per senso di responsabilità ho accettato. Ma a condizione che non venisse meno sulla questione morale.

De Luca è imputato in due processi per reati gravi.
E lui ci aveva assicurato che in caso di condanna si sarebbe dimesso.

Aveva anche una condanna in primo grado per le irregolarità del sito di stoccaggio di Ostaglio.
Ci promise che avrebbe rinunciato alla prescrizione.

In appello, pochi mesi fa, De Luca ha incassato la prescrizione.

Ha rotto il patto di fiducia con noi. Non possiamo più ridargliela.

Si sente ingannato?
Ha ingannato Idv e la coalizione. Compreso il Pd che si era fatto garante per De Luca. Un uomo che tradisce un impegno preso davanti a 3000 persone che lo applaudono non è un uomo d’onore. Dovrebbe essere l’intero centrosinistra a non ricandidarlo.

Già nel 2006 De Luca scese in campo e vinse a dispetto del no del suo partito, i Ds.

Se rivincerà, massimo rispetto per il voto degli elettori. Ma se rivincerà, sarà senza di noi.

Lei dice che De Luca doveva essere un argine al berlusconismo. Lo sa che il premier vorrebbe affidargli l’appalto del termovalorizzatore di Salerno, a costo di far arrabbiare la Provincia a guida Pdl?

Alla luce delle recenti evoluzioni, dico che in realtà Berlusconi sta affidando il termovalorizzatore a un suo uomo.

De Luca uomo di Berlusconi?

Accettando una prescrizione disegnata dalle leggi del Cavaliere, ha aderito al modello berlusconiano.

Ma Idv a Salerno è in maggioranza con De Luca. Il vostro consigliere comunale, Dario Barbirotti, che è anche consigliere regionale, siede nel gruppo consiliare della lista del sindaco.
Barbirotti ci ha comunicato che uscirà da quel gruppo e fonderà il gruppo autonomo Idv.
 
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