giovedì 13 gennaio 2011

Uccide moglie e due vicini poi si suicida. "Era geloso"

(di STEFANO ORIGONE, da qui)

Soffriva di disturbi psichici Carlo Trabona, 74 anni, ex muratore, che nel '59 era stato arrestato per aver partecipato a un duplice omicidio in contrada Casabella di Cammarata di Agrigento. Condannato a 20 anni, era stato assolto per insufficienza di prove. Le sue vittime erano originarie del suo paese Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta. La moglie Antonina Scinta, 72 anni, Loreto Cavarretta, 68 anni, il vicino di casa, e suo fratello Angelo, di 76, si conoscevano fin da ragazzi e sembrava ci fosse un'amicizia. Invece, gelosia ha cancellato ogni briciolo di ragione e stamane, alle 10.30, in un bar di via Piacenza, la follia è esplosa.

La ricostruzione. Trabona esce di casa alle 10.20. Percorre a piedi 300 metri armato di una Smith&Wesson calibro 38 (che risulta rubata nel 1979 a Genova) e raggiunge i due fratelli Cavarretta davanti al Carrefour Espress di via Piacenza. "Bastardo, ora te la faccio pagare", urla a Loreto Cavarretta. Poi estrae l'arma e fa partire quattro colpi: Angelo viene colpito al torace e stramazza al suolo dietro i bidoni della spazzatura, Loreto ha due buchi in pancia, ma riesce a scappare verso la sede della Croce Verde dio San Gottardo. Un uomo sentendo i colpi si affaccia alla finestra e vede Trabona che apre il tamburo della pistola: si è inceppata e non riesce a finire il suo rivale. Loreto scappa verso il supermercato Lidl lasciandosi alle spalle una scia di sangue. Il suo carnefice lo insegue per trenta metri deciso a finirlo, poi cambia idea e torna verso casa. Loreto e il fratello vengono portati al pronto soccorso del San Martino e del Galliera. Angelo muore per strada, Loreto alle 11.30 un'ora dopo un impossibile intervento.

Trabona entra nel palazzo. Sale al secondo piano e apre la porta. La moglie gli va incontro. Lui l'abbraccia e le spara un colpo in testa. Subito dopo suona alla porta di Loreto, che abita a fianco. Apre la moglie della vittima. "Ho ucciso tuo cognato e ho sparato a tuo marito. Ora tocca a tuo figlio". La donna fa in tempo a chiudere la porta e chiama il 113. L'assassino copre il cadavere della moglie con una coperta e chiama con il cellulare la figlia Esterina. "Ho fatto quello che dovevo fare da tempo, ho ammazzato tua madre perché mi tradiva".

Trabona rimane un'ora sul pianerottolo. Si punta la canna della pistola alla gola e minaccia di spararsi. Gli agenti sono tenuti sotto tiro. E' impossibile intervenire. Le scale sono bloccate, non possono tentare un blitz usando l'ascensore perché ha le pareti di vetro. Inizia una lunga trattativa. Un vicino si offre di collaborare, così' gli agenti con una scala raggiungono il suo poggiolo per essere pronti a intervenire. Non c'è più tempo. Alle 12.56, Trabona si spara alla tempia l'ultimo colpo. Muore mezz'ora dopo in ospedale.

Gli amici. Un amico delle famiglie, Claudio Pigella, ora dice: "Sono incredulo, erano tra loro persone molto legate, anche perchè venivano dallo stesso paese. Facevano spesso passeggiate insieme. Giocavano a carte al circolo della Concordia. Facevano interminabili partite. Nessuno poteva immaginare una cosa del genere. Quasi non ci credo".

Maltattava la moglie. Dietro l'apparenza di uomo bonaccione e sereno, però, covava un'ossessione che lo tormentava da tempo. Era geloso della moglie, convinto che la sua Antonina fosse l'amante del vicino di casa. Spesso in casa scoppiavano liti e Antonina Scinta si era confidata con le figlie raccontando che veniva maltrattata.
I maltrattamenti non erano stati mai denunciati ma sono emersi grazie al racconto delle figlie alla polizia. Trabona era convinto che la moglie se la intendesse con il dirimpettaio Loreto Cavarretta. Sarebbe stato proprio questo tarlo ad armare la mano dell'uomo che oggi ha scatenato un inferno nel popoloso quartiere di Molassana a Genova.

(09 gennaio 2011)

Omicidio-suicidio a Fidenza: morti mamma e due bambini

(da qui)

FIDENZA (Parma) - Tragedia la scorsa notte a Fidenza, in provincia di Parma, dove hanno perso la vita due bimbi e la mamma. Sono le 2,30 del mattino quando Paola Caltabiano, 42enne casalinga originaria di Napoli, esplode tre colpi di pistola nella sua casa, al terzo piano del civico 100 di via Berenini, con la Smith and Weston semiautomatica del marito, Salvatore Manfredi (44 anni), guardia giurata dipendente di una ditta di Parma.

I proiettili centrano al petto i due figli: la piccola Claudia (9 mesi) e il fratello maggiore Antonio (12 anni). Poi, la donna rivolge l’arma contro se stessa, sparandosi alla testa. Paola Caltabiano soffriva di depressione, era in cura da uno psicologo dell’Asl di Fidenza. E’ il marito a chiamare immediatamente il 118, che a sua volta allerta i carabinieri. Sul luogo della strage i militari troveranno i corpi senza vita dei bambini, distesi sul letto. Per terra, al loro fianco, la madre, e lì vicino la pistola. Da Parma arrivano i Ris per i rilievi scientifici, il magistrato di turno, il pm Lupo e il medico legale. La mattina per questo piccolo e tranquillo comune della provincia parmigiana arriva ben prima dell’alba.

LE TESTIMONIANZE. Proprio di fronte alla casa c’è un bar, di cui Salvatore è un frequentatore abituale. Il titolare e gli altri clienti ne parlano bene: una persona cortese, sempre con il sorriso sulle labbra, simpatico, educato. Qualcuno ricorda di aver preso con lui un caffè tre o quattro giorni fa. La moglie si vedeva meno in giro. Una vicina la descrive come una donna gentile, cordiale: “Mi chiamava per sentire come stavo. Una mamma molto affettuosa”. Il sabato in genere la famiglia si concedeva una passeggiata nel corso. Descritti come sereni, felici, una “famiglia modello”. Erano arrivati a Fidenza nel 2007. Salvatore aveva passato alcuni mesi da solo all’hotel Ugolini. Poi una volta trovati casa e lavoro, Paola e Antonio lo avevano raggiunto da Napoli. “Venivano spesso – dice il titolare dell’albergo-ristorante – a prendere le pizze, la mamma con il bambino”. Antonio seguiva il catechismo nel centro interparrocchiale di San Michele, lo stesso dove è stata battezzata la piccola Claudia. La sua nascita era stata accolta con grande gioia dalla famiglia e sembrava aver riportato serenità. Un’altra vicina ricorda come hanno lasciato il fiocco rosa per più di due mesi.

Sulla porta di casa oggi insieme ai sigilli c'è ancora una decorazione di Natale. “Ci sono tragedie – dice il diacono del centro San Michele – a volte incomprensibili.”.

(08 gennaio 2011)

mercoledì 12 gennaio 2011

morti in carcere: il 2011 si apre a Livorno

(da qui)

Yuri Attinà, 28 anni, è morto mercoledì in una cella delle Sughere, colpito da un malore. L'esame medico per chiarire le cause del decesso. Intanto protestano i membri del comitato "Verità per Yuri".

Sarà eseguita oggi l'autopsia sul corpo di Yuri Attinà, il detenuto livornese di 28 anni morto mercoledì in una cella del carcere delle Sughere di Livorno. L'esame medico legale, che sarà eseguito dal dottor Luigi Papi, servirà a chiarire le cause del decesso del giovane. Secondo i primi accertamenti Attinà sarebbe stato colpito da un malore che gli è stato fatale.

Il sostituto procuratore di Livorno Massimo Mannucci ha aperto un fascicolo contro ignoti, funzionale all'esecuzione dell'autopsia. All'esame medico dovrebbe partecipare anche il consulente di parte nominato dal legale che rappresenta la sorella e la nipote del detenuto ventottenne.

Il garante dei detenuti di Livorno Marco Solimano ha visitato il carcere livornese e ha consultato ampia documentazione sull'episodio della morte di Attinà. Oggi, invece, previsto un presidio di protesta davanti all'ingresso del carcere: a organizzarlo un comitato, battezzato "Verita' per Yuri", "per gridare verità per Yuri - si legge in una nota - e per non lasciare che un'altra morte venga bollata e insabbiata con false e retoriche frasi di circostanza". Le Sughere, aggiunge il comunicato, sono "un carcere diventato da record per decessi e "suicidi". Negli ultimi 10 anni sono stati 20 i morti: una carneficina. Rimane un dato di fatto - conclude il comitato - Di carcere si muore e questo è a prescindere un altro omicidio di Stato. Uno Stato che non sa tutelare chi finisce in prigione con l'aggravante di dubbi e omissioni".

(07 gennaio 2011)

martedì 28 dicembre 2010

"Ganzer si accordò con narcotrafficanti" - le accuse dei giudici al generale

MILANO - Il generale Giampaolo Ganzer "non si è fatto scrupolo di accordarsi" con "pericolosissimi trafficanti". Lo scrivono i giudici di Milano nelle motivazioni della condanna a 14 anni per il comandante del Ros nel processo per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga. "Il generale Gianpaolo Ganzer non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l'assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge", scrivono i giudici del Tribunale, spiegando perché il 12 luglio scorso condannarono il capo del Ros dei carabinieri per traffico internazionale di droga in riferimento a operazioni sotto copertura.

Secondo i giudici dell'ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, il generale ''non ha minimamente esitato (...) a dar corso'' a operazioni antidroga ''basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, ripromettendosi dalle stesse risultati d'immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto''. Il comandante dei Ros inoltre ''ha tradito, per interesse personale, tutti i suoi doveri, e fra gli altri quello di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato''. I giudici oltre a Ganzer, avevano condannato altre 13 persone - a pene variabili dai 18 anni in giù - tra cui anche il generale Mauro Obinu e altri ex sottufficiali dell'Arma.

L'accusa aveva chiesto per Ganzer 27 anni di carcere, ma i giudici lo avevano assolto dall'accusa contestata dalla Procura di associazione per delinquere e lo avevano condannato per episodi singoli di traffico internazionale di stupefacenti.

Preoccupante
personalità. Il generale Giampaolo Ganzer ha una ''preoccupante personalita''' capace ''di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione'', spiegano ancora i giudici. Nel motivare la mancata concessione a Ganzer delle attenuanti generiche, il collegio scrive che le stesse attenuanti non possono essere riconosciute ''non solo per l'estrema gravità dei fatti, avendo consentito che numerosi trafficanti (...) fossero messi in condizioni di vendere la droga in Italia con la collaborazione dei militari e intascarne i proventi, con la garanzia dell'assoluta impunità, ma anche per la preoccupante personalità dell'imputato, capace di commettere anche gravissimi reati''.

Nei panni di un distratto burocrate.
Colpisce, si legge ancora nelle motivazioni, "nel comportamento processuale di Ganzer (...) che abbia preso le distanze da tutte le persone che, con il suo incoraggiamento, avevano commesso i fatti in contestazione". Il generale, secondo i giudici, si è trincerato "sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti". Così, si legge ancora, per "sfuggire alle gravissime responsabilità" ha "preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti".

Non c'è reato di associazione.
Non si ravvisa, secondo i giudici, il reato di associazione per delinquere: "Non si ravvisa negli imputati l'intento di partecipare in modo stabile e permanente ad un programma comprendente la realizzazione di una serie indeterminata di reati, ma soltanto l'intenzione di eseguire alcune operazioni" che, tra le altre cose, avrebbero consentito loro di dare "lustro, davanti ai propri superiori e all'opinione pubblica, al corpo di appartenenza", scrivono i giudici per i quali "l'esistenza di reiterate deviazioni nell'ambito del Ros, ad opera di appartenenti al suddetto Raggruppamento" non è "sufficiente ad integrare" il reato associativo "in mancanza di un vincolo stabile tra gli imputati e della creazione da parte degli stessi di una seppur minima struttura finalizzata al raggiungimento di fini illeciti e criminosi". Il fatto che, spiegano i giudici, "si siano utilizzate le strutture dell'Arma dei Carabinieri realizza certamente un gravissimo abuso dei poteri e una gravissima violazione dei doveri che incombevano sugli imputati (...), ma non consente in alcun modo di identificare la struttura di un lecito servizio (ossia la struttura stessa del Ros, ndr) nella struttura dell'associazione". Non vi è stata, si legge ancora,"neanche una suddivisione dei ruoli tra gli imputati, diversa da quella esistente nell'ambito militare e in qualche modo funzionale alla commissione dei delitti di cui trattasi, e pertanto neppure sotto questo aspetto può dirsi che gli imputati abbiano costituito una autonoma struttura funzionale all'attuazione di un programma criminoso".

Ganzer: "Non commento le sentenze". ''Non commento le sentenze, sono un uomo delle istituzioni e lo sono sempre stato. Il mio unico commento è quello fatto in sede processuale, con i motivi d'appello'', ha detto comandante del Reparto operativo dei carabinieri, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulle motivazioni della sentenza dei giudici di Milano.

martedì 21 dicembre 2010

Filmata e violentata a tredici anni nel branco anche tre minorenni

(di Francesca Russi, da qui)

Filmavano le violenze sessuali con il telefonino e poi facevano girare i video tra i compagni di scuola. Il branco era composto da quattro ragazzini, due 14enni, un 15enne ed un 18enne. Vittima delle aggressioni continue invece una 13enne di Gravina in Puglia, in provincia di Bari, costretta ad avere rapporti sessuali con i suoi aguzzini. E guai a ribellarsi: in caso contrario i violentatori avrebbero diffuso i filmati.

La storia comincia nel pomeriggio di una domenica dell’ottobre scorso, la 13enne esce in compagnia dei suoi amici di comitiva, quando un gruppo di ragazzi si avvicina a lei. In tre, due 14enni ed un 15enne, la trascinano lontano da occhi indiscreti, con una spranga le colpiscono la spalla e la costringono ad avere rapporti sessuali con due di loro, mentre il terzo riprende la scena con il cellulare. Un amico della ragazza prova a fermarli, ma i tre gli “consigliano” di “farsi gli affari propri”. La tortura però non finisce qui: i tre costringono la 13enne a sorridere davanti alla microcamera. Il rito perverso viene ripetuto per altre tre volte.

Intanto però il filmato diventa un cult tra i ragazzi della stessa scuola media. Dopo venti giorni, un sabato sera, ai tre si aggiunge un 18enne, un cameriere senza nessun precedente penale. Uno dei minorenni costringe la ragazza a seguirli brandendo una mazza e minacciandola. Qui il maggiorenne le offre il suo aiuto: se avesse avuto un rapporto sessuale anche con lui avrebbe convinto i tre minori a cancellare il video dai loro telefonini. La ragazza così accetta e si sottopone all’ennesima tortura fisica e psicologica, con la speranza che dopo quella sera il suo incubo sarebbe finito. Una speranza vana. Tre settimane dopo, è ancora un sabato sera, l'adolescente viene accerchiata dal branco e costretta a un rapporto con uno dei minorenni. Ancora altre riprese.

Lei li implora: “Per favore cancellate quei filmini”. Ha paura di quello che potrebbe dire il padre e per questo una settimana dopo convince un’amica a marinare la scuola e ad andare a casa di uno dei minorenni per cercare di convincerlo a cancellare quelle immagini. Ma quando arriva a casa del ragazzo si ripete lo stesso copione, questa volta però davanti all’amica che assiste inerme, impossibilitata ad aiutarla.
A quel punto la 13enne capisce che il branco non l’avrebbe mai lasciata in pace e così racconta tutto ai suoi genitori che immediatamente denunciano le violenze alla polizia. Dopo un mese di indagini, questa mattina i quattro bulli sono stati fermati.

Su ordine di custodia cautelare emesso dal Gip del Tribunale di Bari, gli agenti della Squadra Mobile di Bari e del Commissariato di Gravina hanno arrestato G. P., 18 anni con l’accusa di violenza sessuale su minore e detenzione e cessione di materiale pedo-pornografico. Su provvedimenti emessi invece dal Gip del Tribunale per i Minorenni, un 15enne e un 14enne sono stati destinati a una comunità di recupero, con l’accusa di violenza sessuale e detenzione e cessione di materiale pedo-pornografico. A un terzo minore di 14 anni i poliziotti hanno notificato un obbligo di permanenza in casa con l’accusa di realizzazione e detenzione di materiale pedo-pornografico. I tre minori sono tutti incensurati.

lunedì 20 dicembre 2010

fascismo di governo

Ci sarà tempo per interrogarsi sulla pressione scaricata sulle polizie sospinte dalla volontà autoritaria del governo nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge (già "Genova 2001" ci ha detto che in uno Stato che si presenta come questurino c'è chi è disponibile a un'illegalità criminale quando il dissidente diventa un "nemico" da annientare). Oggi vale la pena soltanto rinnovare una preoccupazione che sarà opportuno che sia condivisa nelle prossime ore. Contro un movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale, che si oppone a un'eterna precarietà, alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza e chiede opportunità e futuro, il governo decide di rafforzare se stesso preparando il peggio. Evoca un "diritto di polizia" e un uso della violenza. Accende la rabbia. Eccita gli animi meno consapevoli. Cinicamente fa di conto: nuovi disordini gli fanno gioco, debole come è. È questa la funesta trappola che, a partire da oggi, i "movimenti" dovranno aggirare con lucidità e intelligenza.

(Giusepppe d'Avanzo, 20 dicembre 2010)

venerdì 17 dicembre 2010

Thyssen, chiesti 16 anni per l'ad Herald Espenhahn

(da qui)


Il reato ipotizzato, per la prima volta in un caso di incidente sul lavoro, è omicidio volontario con dolo eventuale. Chiesti 13 anni e 6 mesi per gli altri quattro dirigenti. La madre di una delle vittime si è alzata in aula e ha detto: "Ergastolo, ci vuole l'ergastolo"


La condanna a 16 anni e mezzo di reclusione dell'amministratore delegato Herald Espenhahn è stata chiesta dall'accusa al processo Thyssenkrupp. Il reato ipotizzato, per la prima volta in un caso di incidente sul lavoro, è omicidio volontario con dolo eventuale. Il pm Raffaele Guariniello ha poi chiesto la condanna a 13 anni e 6 mesi per i quattro dirigenti (Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri), e a 9 anni per un quinto, Daniele Moroni. Questi rispondevano di omicidio colposo. "La richiesta di pena avanzata per Harald Espenhahn è esagerata e assurda perché frutto di una impostazione giuridica sbagliata": così Ezio Audisio legale dell'ad della Thyssen commenta la richiesta. "Noi riteniamo - ha aggiunto Audisio - che il fatto doloso non sia per nulla sussistente e che in ragione dell'organizzazione dell'azienda e delle deleghe conferite l'ad aveva attribuito alla gestione locale responsabilità attinenti alla gestione dello stabilimento e quindi anche con riferimento ad eventuali profili colposi non riteniamo sia lui destinatario di questi profili".

"La pena chiesta è troppo bassa. Spero che i giudici l'aumentino. Gli imputati devono pagare per sette vite". Lo ha detto Grazia Rodinò, la mamma di Rosario, uno dei sette operai uccisi nell'incendio alla Thyssenkrupp. In aula, dopo la richiesta del pm, la signora ha urlato "ergastolo, ci vuole l'ergastolo". "Sono tre anni che quei bastardi si fanno il Natale tranquilli. Noi no. Noi il 24 dicembre siamo al cimitero a piangere i nostri cari - ha detto in aula un'altra parente delle vittime del rogo - se le pene non possono che essere queste bisogna andare a Roma, bisogna rivolgersi a Roma, si devono alzare le pene per chi ammazza le persone".

"Abbiamo chiesto ciò che è giusto in scienza e coscienza": ha detto il procuratore Raffaele Guariniello ai giornalisti dopo avere terminato la requisitoria al processo Thyssenkrupp. "Questa - ha spiegato il magistrato - non è una giurisprudenza nuova. Abbiamo applicato le norme della Cassazione su delle prove che, nei casi di infortuni mortali sul lavoro, in generale non sono mai emerse. La novità in effetti è che siamo davanti a una corte d'assise". Guariniello, a chi fa presente che i familiari delle vittime desideravano richieste di condanna più alte, risponde "abbiamo cercato di fare e di dare il massimo", riferendosi alla tempestività con cui sono state chiuse le indagini (meno di tre mesi) e alla velocità con cui è stato celebrato il dibattimento, che fino a oggi ha richiesto oltre ottanta udienze.

Anche per la società Thyssenkrupp, chiamata in causa come persona giuridica, ci sono state delle richieste di pena da parte del pm Raffaele Guariniello: il magistrato ha proposto una sanzione pecuniaria di un milione e mezzo di euro, l'esclusione da agevolazioni e sussidi nonché la revoca di quelli in corso e il divieto di pubblicizzare i propri prodotti per un anno. Un'altra sanzione è la pubblicazione per intero della sentenza su grandi giornali di risonanza internazionale.
 
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