lunedì 22 novembre 2010
Perché vi arrabbiate se Grillo attacca Saviano?
Gli oltre 2800 commenti al mio articolo sulle critiche di Beppe Grillo a Roberto Saviano, molti dei quali critici, mi spingono a chiarire un paio di punti.
“Cara Beatrice Borromeo, i danni che hai fatto con questo articolo sono incalcolabili. Hai solo animato un indegno tutti contro tutti. Che è l’ultima cosa che serve”. Ho scelto questo commento, ma ce ne sono molti altri simili: quando un lettore scrive che non bisognerebbe parlare di un fatto per non provocare certe reazioni, fraintende profondamente quello che dovrebbe essere il nostro mestiere. Chiedere a noi giornalisti di omettere delle notizie non è accettabile, a prescindere dalle conseguenze che implicano (in questo caso poi non mi pare una faccenda così delicata).
Sono andata a teatro a vedere lo spettacolo di Grillo senza alcuna intenzione di scrivere un articolo in proposito. Quando però ho sentito le sue critiche a Saviano, vista anche la reazione perplessa del pubblico presente, ho valutato che fossero una notizia. E la polemica che si è scatenata sul sito del Fatto lo conferma. Non credo però di aver scritto un pezzo né contro Grillo, né contro Saviano: ho semplicemente raccontato i fatti e, visto che ero curiosa delle reazioni della gente, sono andata a spulciare tra i commenti del blog beppegrillo.it notando che in molti stavano dalla parte dello scrittore di Gomorra.
Non conosco personalmente Grillo ma lo seguo e mi piace. Con Saviano siamo amici dai tempi di Annozero, e stimo molto il suo lavoro. Il punto è un altro: perché non ci si rende conto di quanto sia assurdo pretendere che persone così diverse tra loro la pensino allo stesso modo?
I vari Di Pietro, Grillo, Travaglio, Santoro, Vauro, De Magistris, Saviano, Vendola, Gabanelli, cioè quelli che una larga parte di pubblico (tra cui molti lettori del Fatto) considerano “i buoni”, sono diversissimi tra loro. E l’appiattimento che li ha resi quasi interscambiabili nella percezione di molte persone dipende a mio avviso dal fatto che sono l’unica opposizione che questo Paese conosce.
Ma tutti loro in comune hanno solo due aspetti: sono dei professionisti e sono onesti. Nulla di più. E in un contesto normale, con più libertà, questo non sarebbe sufficiente ad omologarli e a pretendere che stiano sempre tutti dalla stessa parte. Capisco la frustrazione di molti lettori perché è evidente che attraversiamo un momento in cui i punti di riferimento, per chi crede in certi valori, sono pochi. E sarebbe più semplice se facessero squadra. Ma non penso sia giusto. Quando Grillo incita Saviano a fare i nomi, a mio parere gli fa un favore: Roberto è diventato un simbolo della lotta alla mafia proprio perché è stato capace di farci conoscere i volti e le storie dei camorristi. E continuerà ad essere un esempio solo se non smetterà di lavorare in questo modo. Lo stesso discorso vale per tutti quelli che ho citato. E credo che il giorno in cui potranno criticarsi a vicenda senza che il loro pubblico si senta tradito, vorrà dire che siamo fuori pericolo.
Detenuto si uccide a Foggia: era in cella per oltraggio
FOGGIA - Un uomo di 41 anni di Foggia, Francesco R., detenuto per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, si è suicidato la scorsa notte nel carcere di Foggia utilizzando la sua cinta dei pantaloni. Lo rende noto il vicesegretario nazionale del sindacato di poliziotti penitenziari Osapp, Domenico Mastrulli, secondo il quale l'uomo era sorvegliato strettamente perchè pare avesse problemi psicologici. Qualche giorno fa aveva tentato di dare fuoco alla cella, ma l'intervento della polizia penitenziaria aveva evitato conseguenze più gravi. Per evitare - dice Mastrulli - che potesse farsi male, il detenuto era stato spostato in un'altra cella priva di suppellettili.
Nel carcere di Foggia, un altro detenuto si era ucciso solo una ventina di giorni fa. "Quello di Foggia - ha dichiarato Mastrulli - è un carcere con 800 detenuti, mentre ne potrebbe contenere solo 350, e non ha neppure un direttore titolare. Ne servirebbe uno di lunga esperienza. A Foggia c'è, inoltre, carenza di personale, infatti ci sono solo 60 agenti di polizia penitenziaria e sono ovviamente insufficienti. In Puglia ci sono circa 5.000 detenuti in 12 strutture, otto delle quali malridotte, con scarsa igiene e con scarsa sicurezza: i posti disponibili sarebbero 2.300".
giovedì 18 novembre 2010
Grillo, dai vaffa alle bugie
Le primarie, che schifo. I partecipanti al voto? Nemmeno un quartiere semiperiferico. I candidati a Milano? Tutti coi capelli bianchi, solo slogan e manifesti. ”I milanesi hanno potuto scegliere solo i loro faccioni, e non il programma”. Insomma, “elezioni posticcie”
Puntuale, arriva il Grillo-pensiero sulle consultazioni del centrosinistra nel capoluogo lombardo. Con il quale il comico-blogger compie un deciso e importante salto di qualità: dal vaffanculo alle bugie.
Dice il sito ufficiale grillino che gli elettori hanno votato solo facce e slogan. “Questa non è democrazia”, si scandalizza la home page dei nuovi rivoluzionari. E ancora: ”Prendono solo per i fondelli gli elettori”.
Eppure basta cliccare un paio di volte su Google (Grillo ne dovrebbe essere capace) per scoprire che sul sito web di Boeri c’è un programma completo suddiviso in quindici schede tematiche. Magari è un programma orrendo, ma è online da settimane. Lo stesso sul sito di Giuliano Pisapia. Anche lì si tratterà certamente di proposte vecchie e da sfanculare seduta stante, ma basta cliccare e si trovano schede tematiche dagli anziani alle periferie, dalla casa alla cultura.
Evidentemente, dalle parti del Movimento Cinque stelle, si pensa ormai in grande. Prima si crea una schiera di fan con il mix ”buone idee più antipolitica”. Poi, creata la platea, gli si dà in pasto la pura propaganda.
Un bravo comico, dal palcoscenico di un teatro tenda, direbbe che questo sistema somiglia sinistramente a quello dello psiconano. E che il passo dall’antipolitica alla politica, quella peggiore, qualche volta è proprio breve.
martedì 16 novembre 2010
Piazza della Loggia 1974-2010
a favore del finanziamento pubblico ai giornali
Da un lato, giustamente, Travaglio punta il dito sulla assoluta mancanza di razionalità nella questione dei finanziamenti: i rimborsi dipendono infatti dal numero di copie stampate, e non da quelle effettivamente vendute, consentendo a giornali "ridicoli" di stampare copie in più solo allo scopo di ottenere finanziamenti e rimborsi, e in passato (ma forse anche attualmente) regalando in particolare contributi ai giornali cosiddetti di partito (Libero per anni li ha ottenuti per essere l'organo del Partito Monarchico).
Però c'è un altro lato della faccenda: i giornali sono uno dei poteri dello stato, sono simbolo di pluralismo e sono un organismo culturale, dovrebbero sopravvivere solo quelli più letti?
Il caso de "il Manifesto" è sotto gli occhi di tutti: uno dei migliori giornali italiani e certamente schierato ma sicuramente il più indipendente (i legami de Il Fatto Quotidiano con la macchina economica rappresentata da Beppe Grillo e dalla casa editrice Aliberti sono probabilmente poco noti, ma non per questo differenti nella sostanza da quelli del gruppo Repubblica-l'Espresso con De Benedetti).
Regolamentare e razionalizzare la distribuzione dei finanziamenti è assolutamente necessario (nella stampa come nei fondi per il cinema o nel bilancio della RAI). Ma piegare la stampa al puro dettame economico è sbagliato perché livella l'informazione, incoraggia la parzialità e il sensazionalismo e rende la stampa peggiore. Come ci ricorda Noam Chomsky (via occhioclinico):
IL SECONDO FILTRO DEL MODELLO DI PROPAGANDA
“Ruolo primario della pubblicità come fonte di finanziamento [ovvero] la pubblicità come licenza per stare sul mercato […]: il mercato favorisce il mezzo a cui vanno le preferenze degli inserzionisti. Di fatto la pubblicità è un potente meccanismo di indebolimento della stampa della classe lavoratrice” assimilabile all’azione dell’aumento dei costi di capitale.
I giornali che dipendono per la maggior parte dagli introiti delle vendite saranno espulsi, marginalizzati dal mercato: “il libero mercato non produce più un sistema neutrale in cui a decidere sia la scelta dell’acquirente finale. Sono le scelte degli inserzionisti a decidere a incidere sulla sopravvivenza e sulla prosperità dei media”.
La naturale conseguenza è che gli inserzionisti non investiranno nei media che offrono visioni alternative della società, in contrasto con l’ideologia dominante del profitto e gli interessi della classe dirigente. Questo meccanismo determinò, ad esempio, la scomparsa dalla grande distribuzione della stampa socialdemocratica inglese fra il 1960 ed il 1967: il movimento di massa popolare fu privo del sostegno di testate di rilievo, costantemente attaccato dalla stampa e compromesso, quindi, nelle sue possibilità di incidere sulla società.
Coi finanziamenti ben ponderati si fa sopravvivere il pluralismo. Volerli cancellare del tutto ha lo stesso senso e la stessa funzione dei discorsi sul fatto di eliminare quanto più Stato e tasse possibile e lasciare tutto in mano ai privati perché lo Stato sarebbe irrimediabilmente corrotto, sprecone e/o incompetente. E poi si sa, la massa lasciata a se stessa, in un mondo capitalista, va sempre nella solita direzione: tette e culi, Striscia la Notizia e Fox News.
il ministro impugnatore
Il 15 settembre Alfano ha scritto alla Corte d’Appello di Milano spiegando come doveva essere deciso il processo Abu Omar. Si trattava dell’imam di Milano, rapito da agenti Cia con la complicità dei servizi segreti italiani, portato in Egitto, incarcerato e torturato. I vertici del Sismi furono salvati dal governo italiano con il segreto di Stato; gli agenti Cia furono condannati. Il difensore di uno di questi disse che il suo assistito doveva essere giudicato in Usa secondo la Convenzione Nato del 1951. Alfano inviò una lettera al Tribunale: “Questo avvocato ha proprio ragione”. Il giudice gli dette torto e lo spione fu condannato. Naturalmente fu proposto appello. E adesso Alfano ci riprova.
La cosa è scandalosa sotto tanti punti di vista. Cominciamo dal merito. La convenzione Nato in effetti prevede che, in caso di giurisdizione concorrente, le autorità militari Usa hanno il diritto di processare uno dei loro per “i reati compiuti nell’esecuzione del servizio”. Dunque, se un militare Usa commette in Italia un reato; se questo è considerato reato anche negli Usa; se è stato commesso durante un servizio per conto degli Usa; allora sarà giudicato dai giudici Usa. È ciò che avvenne con la tragedia del Cermis: un aereo Usa per un errore di manovra troncò il cavo di una teleferica; la cabina cadde e morirono 20 persone; processo ai piloti in Usa. Ma il rapimento di Abu Omar è tutta un’altra cosa. Prima di tutto è reato solo per la legge italiana (art. 605 codice penale). Negli Usa si chiama extraordinay rendition ed è considerato legittimo. Sicché niente giurisdizione concorrente. Se l’Italia non li processasse, gli spioni non sarebbero processati in Usa perché lì non è reato. Ma allora, se non c’è giurisdizione concorrente, se si tratta di un reato solo per la legge italiana (e per quella di – quasi – tutti gli Stati civili della terra), la convenzione Nato non c’entra niente. E poi, quale persona sana di mente può pensare che un pubblico servizio consista nel rapire e torturare una persona? In questo caso, il pubblico servizio Usa era un reato in sé, non un’attività lecita nel corso della quale (come espressamente dice la Convenzione Nato) sono stati commessi reati. E si può sostenere che l’Italia debba accettare che delitti gravissimi siano commessi impunemente nel suo territorio solo perché chi li commette è cittadino di un altro Stato le cui leggi (che non ci riguardano, siamo – ancora – uno Stato sovrano) dicono che non si tratta di attività illecita? E se gli Usa decidessero che è lecito per la Cia appostare, dietro la madonnina del Duomo di Milano, un tiratore scelto e fare secco qualcuno perché, secondo loro, è un terrorista, a noi ci dovrebbe star bene? Ma dai!