giovedì 11 novembre 2010

l'alluvione non ha colore politico

(di Natalino Balasso, da qui)

E’ da quando ho 3 anni che sento parlare di alluvioni, essere nato nel delta del Po significa sapere cosa vuol dire l’acqua in casa. I miei si sono sposati nel ’58 all’asilo, perché la chiesa era sott’acqua. Il collegio di Feltre in cui ho iniziato le elementari aveva diviso i bimbi in tre categorie: permanenti, estivi e alluvionati. L’acqua invade da sempre case e strade. Si può evitare? Forse no, anche se a volte sì. Si può prevedere? Forse sì. Alcune delle vie inondate a Padova dall’esondazione del Bacchiglione si erano già allagate a maggio e amici mi dicono che era già successo altre volte con piogge abbondanti.

Qualcuno ha sbagliato qualcosa. Sicuramente la gestione del territorio è disastrosa anche in una regione governata da gente che del territorio si riempie la bocca fino a divenire stomachevole. La cosa più interessante di questo dramma, perché di dramma si tratta, di attività chiuse, di case abbandonate, di gente che avrà problemi per mesi se non per anni, è che i giornali e i telegiornali non l’hanno trovata una notizia interessante. Al punto che gli stessi veneti che non erano toccati direttamente dalla cosa hanno continuato a non preoccuparsene finché qualcuno (per lo più testate locali) non ha aperto loro gli occhi. E’ triste renderci conto una volta di più che viviamo in un paese nel quale se una cosa non la dice la tv non esiste. Certo, non ci sono stati i morti che rendono così succulente le nostre serate di news, e nemmeno quel gusto pecoreccio che è ormai caratteristica fissa dei nostri programmi di approfondimento politico riempiendoli di bagasce e magnaccia. Forse qualche amministratore leghista ha anche sovieticamente pensato che non era il caso di diffondere l’immagine un po’ retrò di un Veneto sommerso e piangente. Ora, persino chi ha votato Lega credendo alla balla dei politici fuori dal coro, tocca con mano cosa significa essere parte debole del paese, avere bisogno dei soldi degli altri.

Devo dire che non è comunque edificante il coro di quelli che, anche a sinistra, dicono “Volete tenervi tutto? Tenetevi l’alluvione e non rompete le balle”. Non c’è in queste dichiarazioni niente di diverso da chi, a destra, dice che l’immondizia a Napoli se la meritano perché hanno votato la Jervolino. E’ come se l’idea della punizione del cielo sopravvivesse anche fuori dalle chiese di stampo medievale. Nessuno si merita l’alluvione, nessuno si merita di finire nel fango, nemmeno se ci sta antipatico, nemmeno se lo riteniamo un nemico.

Ora che il governatore ultralocalista di questa regione ha deciso di sospendere la propria vocazione federalista finché non arrivano i soldi da Roma, soldi intendiamoci, che vengono anche dalle tasse dei siciliani, dei calabresi, dei campani perché persino in quelle regioni c’è gente che paga le tasse, abbiamo alcune cose da imparare da questo disastro:

1) Il territorio non ha colore politico, esige rispetto e va gestito da persone che lo amano veramente e non da affaristi pronti a cementificare anche la nonna. Sarebbe anche il caso di non cambiare criteri di protezione del territorio a seconda di come cambiano le amministrazioni.

2) I telegiornali come mezzi di diffusione delle notizie sono sempre più inutili. Ci sono molte più informazioni in una paginetta di facebook che in mezz’ora di telegiornale. Inoltre sarebbe bene ripristinare una regoletta utilissima: a tavola e a letto non si guarda la tv.

3) Nessuno può pensare di tenere alla porta i problemi. Sentirsi parte di una comunità, di una nazione, significa poter contare sugli altri in caso di bisogno, ma anche essere pronti a capire e aiutare persone e territori che, per colpa o per disgrazia, si trovano in difficoltà.

opposizione e FLI chiedono conto della Libia al governo

(di Laura Boldrini, Portavoce dell'Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati, da qui)

Per chi non è un addetto ai lavori, orientarsi nell’universo degli emendamenti e delle mozioni che si discutono in Parlamento non è cosa semplice. Ieri sera è stato il turno delle mozioni riguardanti la revisione del trattato di amicizia Italia-Libia ed è stato particolarmente complicato seguirne gli sviluppi.

Che il governo sia stato battuto tre volte è un dato politico su cui si sono pronunciati in tanti e non ritengo spetti a me aggiungere altro. Vorrei invece soffermarmi sui contenuti. Il fatto che sia stato espresso un voto favorevole anche alla tutela dei diritti dei richiedenti asilo in Libia è per me e per la mia Organizzazione – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – un dato positivo come lo è chiedere al governo l’impegno a che l’ufficio dell’UNHCR a Tripoli torni a lavorare senza le attuali limitazioni, così come che la Libia sia sollecitata a firmare la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951.

Quello che mi ha veramente colpito è come oggi alcuni giornali abbiano interpretato tutto questo. C’è chi ha titolato “Fini vota con la sinistra a favore dei clandestini”; “Più immigrati per tutti”; “Fini ci regala i clandestini”. Ma che c’entra? Qual è il nesso? Una tale rappresentazione non solo non restituisce ai lettori il merito di quanto è stato votato ma volutamente utilizza lo spauracchio dell’invasione per oscurare l’importante tema dei diritti dei richiedenti asilo e degli obblighi internazionali, troppo spesso negli ultimi tempi sacrificati sull’altare della demagogia politica.

sabato 6 novembre 2010

Tre fermi per l'omicidio di Marina: in manette l'ex amante del marito

(da qui)

Svolta nelle indagini su Marina Patriti, la donna scomparsa a Bruino otto mesi fa. La pista del delitto trova conferma nei tre fermi eseguiti oggi con l'accusa di sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. A emettere l'ordine di custodia cautelare in carcere è stato il procuratore di Pinerolo (Torino), Giuseppe Amato. Si tratta dell'ex amante del marito della donna, Maria Teresa Crivellari, sulla quale fin dall'inizio gravavano pesanti sospetti, e di altre due persone, Andrea Chiappetta e Calogero Pasqualino, probabilmente assoldati dalla donna per uccidere la rivale in amore. Gli investigatori hanno individuato i tre sospettati attraverso i tabulati telefonici e ora li stanno interrogando nella caserma del Comando Provinciale dei Carabinieri di Torino. "Purtroppo abbiamo sospettato di lei fin dal primo momento - ha detto Giacomo Bellorio, il marito di Marina Patriti - evidentemente i nostri timori si sono rivelati fondati. E' una persona diabolica, capace di tutto". Più sms, partiti dal cellulare di Marina Patriti nel giorno della sua scomparsa, e le intercettazioni telefoniche e ambientali scattate nei mesi successivi, avrebbero funzionato da trappola per i tre arrestati.

Marina, madre di tre figli, non aveva dato più notizie di se' dal 18 febbraio scorso, dopo aver mandato un sms al marito per dirgli di andare lui a prendere il figlio più piccolo all'asilo. La sera stessa Giacomo Bellorio aveva trovato la sua auto a Villarbasse. Fin dall'inizio inquirenti e familiari hanno creduto che non si trattasse di una fuga volontaria, soprattutto per alcuni particolari contenuti nei messaggi lasciati dalla donna prima di andarsene. Si tratta del messaggio sms inviato al marito, nel quale Marina sbaglia il sesso del figlio più piccolo dicendo bambino e non bambina. "Un particolare che lei non avrebbe mai sbagliato - sosteneva il marito - quindi non può essere stata lei a inviare il messaggio".

Sempre dalle poche indiscrezioni trapelate finora, risulta che almeno due dei tre arrestati siano già stati sentiti dai carabinieri nell'estate scorsa. Sembra anche che abbiano rilasciato testimonianze discordanti. Ma l'attenzione degli investigatori si sarebbe concentrata proprio sui messaggi telefonici inviati da Marina Patriti al marito la mattina stessa della sua scomparsa. I primi due, su temi d'ordinaria amministrazione casalinga, sarebbero partiti dal ponte di Bruino, il terzo, in cui lei dice al marito di andare a prendere il bambino (anziché bambina) a scuola perchè lei ha intenzione d'andarsene per sempre, dal ponte di Alpignano, dove abita Maria Teresa Crivellari. Secondo quanto si è appreso, inoltre, i due uomini avrebbero avuto un ruolo importante, prima nel sequestro, poi nell'omicidio volontario e quindi nell'occultamento del cadavere.

venerdì 5 novembre 2010

Carabiniere uccide una figlia e ferisce l'altra, all'origine una lite a causa di Facebook

(da qui)

SUBIACO (Roma) - Dramma familiare per una lite su Facebook. Un maresciallo dei carabinieri ha prima ucciso la figlia di 13 anni, poi ha ferito gravemente la figlia più grande, di 15, e infine si è tolto la vita puntando contro di sé la stessa arma, la sua pistola di ordinanza. La tragedia è avvenuta un appartamento di via XX Settembre a Subiaco, in provincia di Roma, intorno alle 18.30. La sorella minore è stata colpita al capo ed è morta sul colpo. Immediati i soccorsi per la 15enne, che è ricoverata in gravi condizioni in ospedale con ferite al torace e a una gamba.

Il maresciallo aveva anche un altro figlio, presente in casa al momento della tragedia. La moglie, un'insegnante, invece, era fuori. La ragazzina ferita si trova ora all'ospedale di Subiaco con due colpi d'arma da fuoco che l'hanno raggiunta al torace e a una gamba. La sorella, invece, è morta sul colpo dopo essere stata ferita alla testa. Anche il maresciallo, 40 anni, è morto all'istante dopo essersi sparato alla testa.

Secondo una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri del nucleo investigativo di Frascati tra l'uomo e una delle ragazzine ieri sarebbe nata un'animata discussione al telefono, probabilmente proprio a causa del popolare social network molto amato dagli adolescenti. Lite che poi sarebbe proseguita oggi pomeriggio. L'uomo ha così impugnato la pistola d'ordinanza e in un impeto inspiegabile di follia ha sparato alla testa la figlia più piccola. Poi ha colpito anche l'altra ragazzina.

Il maresciallo viene descritto come un militare 'irreprensibile', un uomo tranquillo che non aveva mai dato segni di squilibrio o reazioni violente. L'uomo da un anno prestava servizio al nucleo operativo della compagnia di Subiaco. Ma prima, per diversi anni, era stato centro reclutamento nazionale dell'arma. Un ruolo affidatogli proprio per le sue capacità. Il maresciallo oggi, come tutti i giorni, aveva lavorato nel suo ufficio fino al tardo pomeriggio.

giovedì 4 novembre 2010

Bertrand Russell vs Casa Pound

A seguito dell'ultima cazzata di quel genio di Piero Sansonetti, mi trovo costretto a ripubblicare qui un pezzo che scrissi per ScaricaBile n°31, e che forse qualcuno di voi si è perso...

Buona lettura! (Cliccate per allargare e poi cliccate ancora per zoomare)




Nigeriana stuprata dal branco: fermati 2 italiani, caccia ad altri 6

(da qui)

POTENZA - Sequestrata, picchiata e violentata da un branco. E' la notte da incubo vissuta tra sabato e domenica da una ballerina nigeriana a Melfi, in provincia di Potenza. Una storia di brutalità per la quale i carabinieri hanno già arrestato due 25enni del posto e indagano per identificare almeno altre sei persone. In via di accertamento anche eventuali responsabilità dei gestori del night, aperto da poche settimane. Il fermo dei due giovani, accusati di sequestro di persona, violenza sessuale di gruppo e lesioni personali, è stato disposto dal pm di Melfi, Renato Arminio.

I particolari dell'operazione sono stati illustrati stamani dai comandanti dell'Arma a Potenza e Melfi, che hanno sottolineato come il pronto intervento dei carabinieri sul luogo della violenza sia stato possibile grazie a una segnalazione. Secondo la ricostruzione, nella notte tra sabato e domenica scorsi, al termine di uno spettacolo in un night di Melfi, i due arrestati hanno convinto la donna, una 33enne nigeriana, a salire su un'auto.

I due si erano offerti di accompagnata in albergo, invece si sono diretti in una zona periferica di Melfi, in contrada Crocifisso. Intuito il pericolo, la donna ha cercato di avvertire una sua amica, ma i due le hanno strappato di mano il cellulare, a cui hanno tolto la batteria. Fermata l'auto in aperta campagna, i giovani hanno intimato alla donna di uscire all'aperto e hanno cominciato a picchiarla e a violentarla.

Sul posto sono poi giunti altri sei uomini, a bordo di due vetture, per partecipare alla violenza. La donna, raccontano i carabinieri, si è "difesa strenuamente" e uno degli otto aggressori, impietosito o forse molto più semplicemente spaventato dalla violenza che "avrebbe potuto portare a conseguenze molto più gravi", convince gli altri ad andar via. Forse è stato proprio lui a telefonare ai carabinieri per dare indicazioni sul luogo in cui si trovava la vittima dello stupro.

I militari hanno trovata la donna in lacrime, in evidente stato di shock e l'hanno accompagnata all'ospedale "San Giovanni di Dio" di Melfi. Diagnosticata una prognosi di sette giorni. Sulla base della descrizione degli aggressori fatta dalla nigeriana, i militari hanno poi acquisito e visionato i filmati del circuito di video-sorveglianza del night club e sono riusciti a identificare due degli aggressori, V.M. e B.V., entrambi 25enni di Melfi e noti agli inquirenti.

mercoledì 3 novembre 2010

I morti invisibili in carcere: cancellati perché stranieri

(di Luigi Carletti, da qui)

ROMA - Nelle prigioni italiane muoiono ogni anno 150 detenuti. Un terzo per "cause oscure". Ma l'elenco delle morti sospette è destinato a salire. Nel conteggio complessivo mancano gli "invisibili". Gli "invisibili" sono quei detenuti stranieri il cui decesso si riassume in un certificato e in una sommaria ricostruzione dei fatti destinata alla burocrazia. A Regina Coeli, il carcere romano già al centro di inchieste per i casi Cucchi e La Penna, gli "invisibili" finiti nel nulla sono tre. Due sono morti in cella, un terzo nel carcere di Augusta (Siracusa), ma la famiglia da tempo aveva chiesto un intervento alla procura di Roma per indagare sui ripetuti maltrattamenti che il giovane avrebbe subito ben prima del suo trasferimento in Sicilia.

Marko Hadzovic, Paolo Iovanovic, Mija Diordevic. Cittadini originari della ex-Jugoslavia, abituati a sopravvivere ai margini. Pregiudicati, tossici, malviventi di mezza tacca. Tre "clienti" abituali delle prigioni italiane. Erano considerati scarti della società. Adesso sono morti e nessuno, a parte le famiglie e qualche amico, si impegna per sapere come. E perché. E se ci sono responsabilità nel comportamento di chi, in funzione del proprio ruolo, e nel rispetto delle leggi, avrebbe dovuto sorvegliarli ma anche proteggerli.

Eppure i loro casi, proprio perché opachi e facili da archiviare, sembrano gettare nuove ombre sul nostro sistema carcerario, e nel caso specifico su Regina Coeli. Sembrano dire che le vicende ben più note di Stefano Cucchi e di Simone La Penna non sono eventi eccezionali. Questo sembrano dire le storie degli "invisibili". Storie delle quali nessuno finora ha mai parlato ma che Repubblica è in grado di ricostruire.

Marko Hadzovic, 32 anni, è morto in prigione ad Augusta (Siracusa) il primo marzo scorso. Vi era arrivato da Regina Coeli passando per Viterbo e Rossano Calabro. Un tour carcerario non usuale per un piccolo rapinatore che doveva scontare pene cumulative per nove anni. Era stato arrestato a Roma perché insieme al suo complice minorenne, armati di taglierino, aggredivano le donne sole in macchina, le picchiavano e le derubavano. Un reato odioso il cui effetto sulla generale sensazione di insicurezza era devastante.

Quando Hadzovic fu arrestato, il tam-tam carcerario diffuse la voce che tra le vittime dei suoi colpi vi fosse stata anche la congiunta di un uomo delle forze dell'ordine. Questo, all'interno dell'istituto di pena, avrebbe aggravato - e non poco - la sua situazione.

Alex H., ladro di rame, era a Regina Coeli nello stesso periodo. Racconta a Repubblica: "Ho incontrato Marko Hadzovic nel settimo braccio. Gli facevano portare il vitto. Non si doveva parlare con lui, era considerato peggio di un "infame". Mi sembrò un po' malconcio. Per noi stranieri è sempre più dura che per gli altri. Con qualcuno esagerano proprio. Di Marko mi dissero che era caduto dalle scale".

La famiglia di Hadzovic, attraverso i suoi legali, si era rivolta al Garante dei detenuti e cercò di interessare la magistratura. "E' stato legato, bastonato, gettato per terra" scriverà in una memoria. Queste, e molte altre accuse, non trovarono però uno sbocco d'indagine. Nel frattempo Hadzovic venne trasferito nelle altre carceri. Ad Augusta il primo marzo scorso è morto. La procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta per omicidio.

Paolo Jovanovic viene fermato dai carabinieri il 17 marzo del 2007 e portato a Regina Coeli. Ha 27 anni. È accusato di ricettazione, è un tossicodipendente frequentemente in crisi. Uscirà dal carcere il 22, ormai privo di vita. Nei cinque giorni di detenzione è stato curato con il metadone per astinenza da eroina. Lo psichiatra consiglia la sorveglianza in cella di isolamento con prescrizione di psicofarmaci.

La sera del 22 marzo, intorno alle 20,30, il personale carcerario va da Jovanovic per somministrargli la terapia. Secondo quanto dichiarato nei documenti ufficiali, lui non risponde e nessuno lo sveglia. Alle 22,50 il personale procede alla conta numerica dei detenuti. Jovanovic continua a non rispondere. Non può, perché sta morendo.
Si tenta un soccorso estremo con rianimazione e defibrillazione. Gli amici di Jovanovic, che sul caso hanno costruito un dossier, ritengono che l'intervento fu tardivo e inutile. "A quel punto era già morto", dicono. Il detenuto viene trasportato in ospedale e lì risulterà essere deceduto alle 23,46. Nel dossier, che sostiene la necessità di un'indagine, sono elencate le numerose perplessità legate ai farmaci utilizzati e alle modalità di detenzione.

Mija Diordevic viene arrestato nel 2008. Ha quarant'anni. È un pluripregiudicato, un soggetto difficile che fa uso di droga. In cella viene "gestito" con il valium. Secondo la famiglia, Mija si sente male di stomaco, il valium lo ha talmente stordito che non riesce a respirare. Muore in cella soffocato dal vomito. Nessuno ne parla. È un altro "invisibile" da archiviare al più presto. La procura apre un fascicolo per gli accertamenti di rito. Il risultato a cui si approda è che non si ravvisa alcun reato. La famiglia, difesa dall'avvocato Luca Santini, dà il via a una causa civile contro il ministero della Giustizia e l'Asl. La tesi è che ci sia stata negligenza e che il cittadino-recluso Mija Diordevic sia stato abbandonato a se stesso.
 
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